domenica 23 maggio 2010
Traduzione poetica di Q. Orazio Flacco, Ode I, 11
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
Non chiedere, Leuconoe, che sorte
Traduzione poetica di H. Heine, Lyrisches Intermezzo, 26
Wir haben viel füreinander gefühlt,
Und dennoch uns gar vortrefflich vertragen.
Wir haben oft „Mann und Frau“ gespielt,
Und dennoch uns nicht gerauft und geschlagen.
Wir haben zusammen gejauchzt und gescherzt,
Und zärtlich uns geküßt und geherzt.
Wir haben am Ende, aus kindischer Lust,
„Verstecken“ gespielt in Wäldern und Gründen,
Und haben uns so zu verstecken gewußt,
Daß wir uns nimmermehr wiederfinden.
Traduzione libera:
Grande fu il nostro amore,
perfetta intesa...
Quante volte ci fingemmo sposi,
senza mai zuffe, senza baruffe.
E poi gli scherzi, le risa insieme,
I baci teneri, e le carezze...
E infine, come bimbi, un gioco,
un rimpiattino fra boschi e campi...
Così bravi a nasconderci
da non trovarsi più...
Und dennoch uns gar vortrefflich vertragen.
Wir haben oft „Mann und Frau“ gespielt,
Und dennoch uns nicht gerauft und geschlagen.
Wir haben zusammen gejauchzt und gescherzt,
Und zärtlich uns geküßt und geherzt.
Wir haben am Ende, aus kindischer Lust,
„Verstecken“ gespielt in Wäldern und Gründen,
Und haben uns so zu verstecken gewußt,
Daß wir uns nimmermehr wiederfinden.
Traduzione libera:
Grande fu il nostro amore,
perfetta intesa...
Quante volte ci fingemmo sposi,
senza mai zuffe, senza baruffe.
E poi gli scherzi, le risa insieme,
I baci teneri, e le carezze...
E infine, come bimbi, un gioco,
un rimpiattino fra boschi e campi...
Così bravi a nasconderci
da non trovarsi più...
Distici scelti dalla Mu'alliqa di Zuhayr ibn Abi Sulma (nato nel 530 d. C., morto agli inizi del VII secolo)
...
سَئِمْـتُ تَكَالِيْفَ الحَيَاةِ وَمَنْ يَعِـشُ
ثَمَانِيـنَ حَـوْلاً لا أَبَا لَكَ يَسْـأَمِ
وأَعْلـَمُ مَا فِي الْيَوْمِ وَالأَمْسِ قَبْلَـهُ
وَلكِنَّنِـي عَنْ عِلْمِ مَا فِي غَدٍ عَـمِ
رَأَيْتُ المَنَايَا خَبْطَ عَشْوَاءَ مَنْ تُصِبْ
تُمِـتْهُ وَمَنْ تُخْطِىء يُعَمَّـرْ فَيَهْـرَمِ
...
وَمَهْمَا تَكُنْ عِنْدَ امْرِئٍ مَنْ خَلِيقَـةٍ
وَإِنْ خَالَهَا تَخْفَى عَلَى النَّاسِ تُعْلَـمِ
...
Traduzione libera:
…
Sono stanco del peso della vita e chi vive
ottant'anni padre non ha ed è stanco
Conosco l'oggi e quello che fu ieri
ma cieco sono nel conoscere il domani
Ho visto la Sorte, colpire come zampa
سَئِمْـتُ تَكَالِيْفَ الحَيَاةِ وَمَنْ يَعِـشُ
ثَمَانِيـنَ حَـوْلاً لا أَبَا لَكَ يَسْـأَمِ
وأَعْلـَمُ مَا فِي الْيَوْمِ وَالأَمْسِ قَبْلَـهُ
وَلكِنَّنِـي عَنْ عِلْمِ مَا فِي غَدٍ عَـمِ
رَأَيْتُ المَنَايَا خَبْطَ عَشْوَاءَ مَنْ تُصِبْ
تُمِـتْهُ وَمَنْ تُخْطِىء يُعَمَّـرْ فَيَهْـرَمِ
...
وَمَهْمَا تَكُنْ عِنْدَ امْرِئٍ مَنْ خَلِيقَـةٍ
وَإِنْ خَالَهَا تَخْفَى عَلَى النَّاسِ تُعْلَـمِ
...
Traduzione libera:
…
Sono stanco del peso della vita e chi vive
ottant'anni padre non ha ed è stanco
Conosco l'oggi e quello che fu ieri
ma cieco sono nel conoscere il domani
Ho visto la Sorte, colpire come zampa
brancolante d'una bestia cieca:
muore chi centra, chi manca vive tardo
muore chi centra, chi manca vive tardo
avvizzendo
…
Quale che sia l'indole di un uomo,
seppur creda di celarla agli altri, non impedirà
Quale che sia l'indole di un uomo,
seppur creda di celarla agli altri, non impedirà
sia nota
...
...
martedì 20 aprile 2010
Roma - Scuderie del Quirinale 20 febbraio/13 giugno 2010 "Caravaggio"

Mostra-evento o Evento-in-Mostra?
Nell'anno del quattrocentesimo anniversario della morte di Michelangelo Merisi, noto come il Caravaggio (Milano 29 settembre 1571 – Porto Ercole 18 luglio 1610), fra le numerose iniziative previste per celebrare il grande artista lombardo e la sua opera, si è distinta quanto a risonanza mediatica e battage pubblicitario la mostra "Caravaggio", allestita a Roma presso le Scuderie del Quirinale e visitabile dal 20 febbraio al 13 giugno correnti, ideata da Claudio Strinati e curata da Rossella Vodret e Francesco Buranelli.
Il criterio guida della mostra, secondo quanto dichiarato nella presentazione, è stato quello di offrire al pubblico le sole opere di sicura attribuzione, sulla base di accertata evidenza storica, escludendo pertanto tutta la produzione di "bottega" e lasciando a margine le questioni inerenti alle "versioni" o alle opere sulle quali il dibattito critico è ancora aperto e non unanime.
Non è possibile dire se e in quale misura questo criterio sia stato condizionato, de facto, da esigenze, difficoltà o costi organizzativi... E' vero che enucleare in una mostra l'opera, per altro non particolarmente prolifica dal punto di vista quantitativo, "certa" e, dunque, più significativamente connotativa della vicenda umana e artistica del Nostro, nella sua evoluzione dalla giovinezza alla maturità, nell'uso magistralmente funzionale della luce e della tenebra, nell'originale, innovativa poetica figurativa e pittorica di un realismo spregiudicato e vivido, ha il pregio di fornire al visitatore una lettura immediata, diretta, se vogliamo sinottica, della medesima. E non deve, del resto, esser taciuto l'indubbio vantaggio di poter visionare e confrontare tutti insieme, dipinti conservati in differenti musei o gallerie nazionali ed estere: dalla celeberrima Canestrella di frutta (Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana), a I musici (New York, Metropolitan Museum), al bellissimo Amor vincit omnia (Berlino, Gemäldegalerie dello Staatliche Museum), per non tacere del Suonatore di liuto (San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage), del Bacco e del Sacrificio di Isacco (Firenze, Galleria degli Uffizi), del Davide con la testa di Golia (nella quale l'artista fuoriuscito da Roma, in seguito a condanna a morte per l'omicidio di Ranuccio Tomassoni nel 1606, raffigura icasticamente se stesso; Roma, Galleria Borghese), della Giuditta che taglia la testa a Oloferne (Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini), delle due versioni della Cena in Emmaus (Londra, National Gallery e Milano, Pinacoteca di Brera), della stupenda Incoronazione di spine (Vienna, Kunsthistorische Museum), dei Bari ( Fort Worth - Texas, Kimbell Art Museum)...
Va però rilevato che non sarebbe dispiaciuta una sezione che almeno fornisse, se non altro per completezza d'informazione e per giustificare il costo salato di biglietto, servizi, gadget (dato che manifestazioni simili, in fondo, a questo sono indirizzate, ossia a coniugare, sotto l'etichetta rassicurante della "cultura di massa", istanze ad un tempo divulgative e commerciali), una panoramica del Caravaggismo e degli attuali orientamenti critici sulla produzione "attribuibile" al Merisi. E proprio in virtù del criterio selettivo di cui sopra, non si può altresì non lamentare l'incresciosa evenienza che, per giunta, difficilmente un visitatore riuscirà a vedere, in un'unica volta, tutte le opere acquisite per l'occasione, giacché non pochi dipinti sono disponibili solamente per periodi limitati. Così, il Bacco, l'Amore dormiente e il Sacrificio di Isacco saranno esposti fino al 22 maggio, per tornare quindi alla propria sede in concomitanza con l'evento espositivo "Caravaggio e i Caravaggeschi a Firenze"; il Suonatore di liuto rientrerà all'Ermitage entro il 15 maggio, la Conversione di Saulo ritornerà alla collezione privata cui appartiene entro il 4 giugno, il Riposo durante la fuga in Egitto ha già lasciato la mostra il 22 marzo per essere esposto a Genova, Villa del Principe Doria, nella mostra "Caravaggio e l'arte della fuga. La pittura di paesaggio nelle ville Doria Pamphilj"; mentre solo dallo scorso 14 aprile è stata aggiunta la Flagellazione di Cristo, proveniente dal Museo di Capodimonte, Napoli.
Ciò senza nulla togliere al valore complessivo dell'esposizione, che merita sicuramente di essere visitata, per quanto sia d'uopo forse, un po' per il criterio di scelta "restrittivo" operato (sebbene affatto coerente con le finalità "programmatiche" degli organizzatori), un po' per la predetta temporaneità della presenza di capolavori indubbiamente rappresentativi, ridimensionarne la sbandierata portata di "evento".
Segnaliamo, altresì, l'opportunità di completare la panoramica delle opere caravaggesche visibili alle Scuderie del Quirinale, con la visita alla Cappella Contarelli, nella chiesa di San Luigi dei Francesi, vicino a Piazza Navona, dove si trovano altri tre capolavori (olio su tela) dell'artista lombardo (il Martirio di San Matteo, San Matteo e l'angelo, Vocazione di San Matteo), e la visita nella Cappella Cerasi della chiesa di Santa Maria del Popolo, nell'omonima piazza romana, sede di altre due famose tele (la Crocefissione di San Pietro e una diversa versione della Conversione di Saulo).
Per informazioni e contatti:
lunedì 2 marzo 2009
VERSI ELEMENTARI
ARIA
Impalpabile giungi improvvisa,
vitale,
con la carezza lieve
d’un refolo ramingo
nella canicola della sera estiva,
dolce e leggera avvolgi
il mio corpo seminudo
che s’attarda alla ricerca,
forse vana, d’una requie
che non trova, o forse, che non c’è…
Vorrei perdermi nei tuoi silenzi
gravidi di segni, che pronunciando
non traduco, se non in sillabe stentate,
e tu, pietosa, con la mano
sigilli le mie labbra.
ACQUA
Mi scorri dentro come
un’onda lenta e inesorabile,
che ora va, ora viene,
e pervade le mie viscere,
fino al guizzo minimale
del più riposto atomo:
lo sai che senza te
vivrei al più
uno scampolo di vita,
eppure faccio spesso come tu
non esistessi,
non t’ascolto, non ti vedo,
non mi lascio cullare nella tua
risacca dolce, io che vissi
per un terzo d’assoluto
e il resto è noia, e te sei me
ed io, per gran parte, te.
Quando le tue labbra baciano
la pelle, mi dai la sensazione
d’un respiro fresco che lento
mi scivola addosso e si perde
lontano.
FUOCO
Consumi te stessa
nel vortice violento di un carnale
approdo, catarsi
insperata, vivida
purezza rinnovata:
mordicchi il mio orecchio
facendoti più stretta,
accoccolata nel tepore
del mio corpo, ora
quietata, eppure senza requie,
incapace di morire.
TERRA
Ti guardo giacere
nella tua pingue
mollezza,
inafferrabile il gesto
d’antica lentezza,
dolce e tremenda,
mentre prorompe,
abisso di carnalità e sensi,
la cornucopia della tue forme
che prospere
si plasmano al tatto,
e il collo,
così materno e insieme
sensuale,
tu che dai e riprendi,
tu che prendi per dare,
in un impari imprevedibile
ineffabile sinallagma.
Impalpabile giungi improvvisa,
vitale,
con la carezza lieve
d’un refolo ramingo
nella canicola della sera estiva,
dolce e leggera avvolgi
il mio corpo seminudo
che s’attarda alla ricerca,
forse vana, d’una requie
che non trova, o forse, che non c’è…
Vorrei perdermi nei tuoi silenzi
gravidi di segni, che pronunciando
non traduco, se non in sillabe stentate,
e tu, pietosa, con la mano
sigilli le mie labbra.
ACQUA
Mi scorri dentro come
un’onda lenta e inesorabile,
che ora va, ora viene,
e pervade le mie viscere,
fino al guizzo minimale
del più riposto atomo:
lo sai che senza te
vivrei al più
uno scampolo di vita,
eppure faccio spesso come tu
non esistessi,
non t’ascolto, non ti vedo,
non mi lascio cullare nella tua
risacca dolce, io che vissi
per un terzo d’assoluto
e il resto è noia, e te sei me
ed io, per gran parte, te.
Quando le tue labbra baciano
la pelle, mi dai la sensazione
d’un respiro fresco che lento
mi scivola addosso e si perde
lontano.
FUOCO
Consumi te stessa
nel vortice violento di un carnale
approdo, catarsi
insperata, vivida
purezza rinnovata:
mordicchi il mio orecchio
facendoti più stretta,
accoccolata nel tepore
del mio corpo, ora
quietata, eppure senza requie,
incapace di morire.
TERRA
Ti guardo giacere
nella tua pingue
mollezza,
inafferrabile il gesto
d’antica lentezza,
dolce e tremenda,
mentre prorompe,
abisso di carnalità e sensi,
la cornucopia della tue forme
che prospere
si plasmano al tatto,
e il collo,
così materno e insieme
sensuale,
tu che dai e riprendi,
tu che prendi per dare,
in un impari imprevedibile
ineffabile sinallagma.
venerdì 27 febbraio 2009
La donna che non ho
La donna che non ho
è, forse banalmente,
un po’ madre, un po’ amica,
un po’ santa, un po’ puttana
quel che basta e non guasta,
e certo, meno banalmente,
è amante e complice,
non comprende perché ama,
ma ama perché comprende,
parla agli animali e sorride
alle stelle.
La donna che non ho
solo a tratti ricorda Beatrice,
Laura o Fiammetta,
più spesso, come Drusilla,
prega S. Antonio
per gli ombrelli smarriti,
e prega per i suoi morti
e un po’ anche per me.
E come la Lina è arruffata
superba pollastra, gravida
giovenca, lunga cagna pavida
coniglia, libera rondine
che annuncia col suo canto rinnovata
primavera, ha occhi di gatta,
corpo di cerbiatta, cuore
di cane, è ora provvida
formica, ora allegra
cicala, è un’ape operosa,
cura e protegge furiosa
il nido e i suoi piccoli,
non teme la morte
e tenta tenace la sorte.
La donna che non ho
è beatitudine e tormento,
non prende un uomo per la gola,
anche se talora ne ha
la tentazione
- sta altrove la sua forza -,
gioca ma non si prende gioco,
e riesce ad esser seria
senza troppo prendersi
sul serio,
amando e vivendo
dà e non chiede,
ma quando occorre desidera
e prende
ciò che necessita,
non ha bisogno di sembrare
o dimostrare,
perché le basta essere,
sa e ha saputo soffrire,
conosce le pene del cuore
e il male di vivere,
rende ieri l’oggi e punta al domani
per leccarsi le ferite e realizzar
se stessa.
La donna che non ho
danza per me discinta e provoca
ammiccante,
cosparge la pelle di oli e fragranze
suadenti
fresca di bagno,
è la vertigine dolce che trascina
nel vortice dorato di un oblio
ebbro di sensi e nudità
velate,
sapore primordiale di conquista
e abisso senza freno
di passione.
La donna che non ho
è chiara e fresca acqua
sorgiva, che dà sollievo
alle arsure,
è ponentino leggero
che allevia la canicola,
è tempesta di sabbia
che sferza, riscalda ed offusca
il pensiero e anima sogni
d’approdo e rifugio,
è pioggia insistente che nutre
e depura, ma non dilava
esiziale,
è lampo nel cielo d’estate,
che ti sorprende
quando meno te lo aspetti,
e fa dell’essere normale la sua
eccezionalità.
La donna che non ho
amo guardarle la linea del collo
quando reclina il capo
e tiene i capelli raccolti
a cercine,
quando esce dalla doccia
e par seta che avvolge il bianco
dell’ovatta,
amo come parla e inarca,
altera o perplessa,
il sopracciglio,
ne amo l’andatura e il fare
lieve, i grandi occhi color
mare, d’un verde vivido
che s’accende e brilla
all’accenno di un sorriso,
la pelle ambrata quel che serve
a dare un non so che
di terra e sole e tropici lontani,
ne amo il culo quando incede
e ancheggia e le tornite
gambe, le lunghe mani,
i piedi scarni.
La donna che non ho
è isolarsi con l’i-pod a palla
nelle orecchie, e non pensare
per non desiderare,
per non chiedersi
del sé che non si ha, o che, avendolo,
non si vede, o lo si vede distorto o solo
in parte.
La donna che non ho
non ama i dead men walking,
e non ama chi con la vita
ha fatto una scommessa
deciso a tutto pur di perderla
e resta inebetito a chiedersi:
la donna che non ho…
è, forse banalmente,
un po’ madre, un po’ amica,
un po’ santa, un po’ puttana
quel che basta e non guasta,
e certo, meno banalmente,
è amante e complice,
non comprende perché ama,
ma ama perché comprende,
parla agli animali e sorride
alle stelle.
La donna che non ho
solo a tratti ricorda Beatrice,
Laura o Fiammetta,
più spesso, come Drusilla,
prega S. Antonio
per gli ombrelli smarriti,
e prega per i suoi morti
e un po’ anche per me.
E come la Lina è arruffata
superba pollastra, gravida
giovenca, lunga cagna pavida
coniglia, libera rondine
che annuncia col suo canto rinnovata
primavera, ha occhi di gatta,
corpo di cerbiatta, cuore
di cane, è ora provvida
formica, ora allegra
cicala, è un’ape operosa,
cura e protegge furiosa
il nido e i suoi piccoli,
non teme la morte
e tenta tenace la sorte.
La donna che non ho
è beatitudine e tormento,
non prende un uomo per la gola,
anche se talora ne ha
la tentazione
- sta altrove la sua forza -,
gioca ma non si prende gioco,
e riesce ad esser seria
senza troppo prendersi
sul serio,
amando e vivendo
dà e non chiede,
ma quando occorre desidera
e prende
ciò che necessita,
non ha bisogno di sembrare
o dimostrare,
perché le basta essere,
sa e ha saputo soffrire,
conosce le pene del cuore
e il male di vivere,
rende ieri l’oggi e punta al domani
per leccarsi le ferite e realizzar
se stessa.
La donna che non ho
danza per me discinta e provoca
ammiccante,
cosparge la pelle di oli e fragranze
suadenti
fresca di bagno,
è la vertigine dolce che trascina
nel vortice dorato di un oblio
ebbro di sensi e nudità
velate,
sapore primordiale di conquista
e abisso senza freno
di passione.
La donna che non ho
è chiara e fresca acqua
sorgiva, che dà sollievo
alle arsure,
è ponentino leggero
che allevia la canicola,
è tempesta di sabbia
che sferza, riscalda ed offusca
il pensiero e anima sogni
d’approdo e rifugio,
è pioggia insistente che nutre
e depura, ma non dilava
esiziale,
è lampo nel cielo d’estate,
che ti sorprende
quando meno te lo aspetti,
e fa dell’essere normale la sua
eccezionalità.
La donna che non ho
amo guardarle la linea del collo
quando reclina il capo
e tiene i capelli raccolti
a cercine,
quando esce dalla doccia
e par seta che avvolge il bianco
dell’ovatta,
amo come parla e inarca,
altera o perplessa,
il sopracciglio,
ne amo l’andatura e il fare
lieve, i grandi occhi color
mare, d’un verde vivido
che s’accende e brilla
all’accenno di un sorriso,
la pelle ambrata quel che serve
a dare un non so che
di terra e sole e tropici lontani,
ne amo il culo quando incede
e ancheggia e le tornite
gambe, le lunghe mani,
i piedi scarni.
La donna che non ho
è isolarsi con l’i-pod a palla
nelle orecchie, e non pensare
per non desiderare,
per non chiedersi
del sé che non si ha, o che, avendolo,
non si vede, o lo si vede distorto o solo
in parte.
La donna che non ho
non ama i dead men walking,
e non ama chi con la vita
ha fatto una scommessa
deciso a tutto pur di perderla
e resta inebetito a chiedersi:
la donna che non ho…
mercoledì 12 settembre 2007
Quattro nuove poesie
Le sette preghiere
La prima preghiera fu quella
smarrita d’un piccolo cigno,
il collo e il capo nell’ala nascosti,
quando ogni sera nel buio
demoni e ombre levavano foschi
atroci fantasmi
di brutto anatroccolo:
Miserere nostri Domine…
Chi son io? Che ne sarà di me, di noi?
La seconda preghiera fu quella
silente di un acerbo colombo,
rabbioso e pavido nel tubar vano
posticci amori, puerili sogni,
tenace e solitario nel suo volo
vago e rovinoso a vette eburnee
d’inesistenti empirei:
Miserere nostri Domine…
Perché io non sono? Perché ciò che è non è?
La terza preghiera fu quella
disperata d’un giovane falchetto,
rapace a ghermire, lesto a rapire,
tronfio e crudele d’orgoglio fatuo
nell’uccidere sperse pavoncelle,
ma cieco e protervo invischiato
nella pania che gli costò la pelle:
Miserere nostri Domine…
Allora io non sono?Allora ciò che è non è?
La quarta preghiera fu quella
mesta d’un torpido merlo indiano,
ormai immemore di ali, artigli e becco,
impastoiato e ben pasciuto su un crudo
trespolo, e ammaestrato a fare il verso
come comanda altera o divertita
la voce del padrone:
Miserere nostri Domine…
Quando io fui mai? Quando mai sarò?
La quinta preghiera fu quella
rassegnata d’un allocco,
immoto su di un ramo spoglio
tenuto a scranno, ridotto a borbottar
fiabe e sentenze che lava via la pioggia
e il sole asciuga, e affida al tempo
il suo rimpianto:
Miserere nostri Domine…
Dove io sono? Dove sarei?
La sesta preghiera fu quella
velleitaria d’una perfida poiana,
ormai matura e stanca, ma ancora
repentina e letale nell’attacco
con prede piccole e di facile cimento,
ma rostro e piume fragili non reggono
al cacciatore che la stende al vento:
Miserere nostri Domine…
Finché io sono? Finché sarò?
La settima, ultima preghiera fu quella
tormentata d’un vecchio gallo,
che si credeva un’aquila e finì cappone,
ormai incapace di cantare,
ormai incapace di creare,
mentre attende il suo momento trema,
senza salvifici Musicanti di Brema:
Miserere nostri Domine…
Poiché io non sono, né mai lo fui…
BREVI MEMORIE D’UN VECCHIO LAIDO
Dopo il temporale
Non scrivo poesie,
solo brutti versi
cacofonici,
perché vivo
incapace di vivere,
amo incapace d’amare,
prendo e non do,
ad esclusivo mio uso e consumo,
e sono un bieco, stronzo
figlio di puttana…
Questo sole in fuga
fra nuvole nere
non m’appartiene…
Paenitentiam agite
Fra vizio e virtù
ho praticato il primo
predicato la seconda…
La raccomando a tutti,
per deturparla meglio
a tradimento…
Urla di guerra, rulli di tamburi
Lo sguardo era vitreo,
perso nel vuoto,
le labbra restavano
livide e tremule,
la bocca emanava un rantolo
lamentoso e fioco,
che disegnava in aria
una parola ripetuta
con maniaca ossessione:
“MUOIO!!!”
immerso nello strazio immondo
delle sue viscere sparse
fra sperma, urina e merda.
Fu finito a calci
d’anfibio sulla testa…
Inutile sprecare colpi
preziosi… Non per lui…
La prima preghiera fu quella
smarrita d’un piccolo cigno,
il collo e il capo nell’ala nascosti,
quando ogni sera nel buio
demoni e ombre levavano foschi
atroci fantasmi
di brutto anatroccolo:
Miserere nostri Domine…
Chi son io? Che ne sarà di me, di noi?
La seconda preghiera fu quella
silente di un acerbo colombo,
rabbioso e pavido nel tubar vano
posticci amori, puerili sogni,
tenace e solitario nel suo volo
vago e rovinoso a vette eburnee
d’inesistenti empirei:
Miserere nostri Domine…
Perché io non sono? Perché ciò che è non è?
La terza preghiera fu quella
disperata d’un giovane falchetto,
rapace a ghermire, lesto a rapire,
tronfio e crudele d’orgoglio fatuo
nell’uccidere sperse pavoncelle,
ma cieco e protervo invischiato
nella pania che gli costò la pelle:
Miserere nostri Domine…
Allora io non sono?Allora ciò che è non è?
La quarta preghiera fu quella
mesta d’un torpido merlo indiano,
ormai immemore di ali, artigli e becco,
impastoiato e ben pasciuto su un crudo
trespolo, e ammaestrato a fare il verso
come comanda altera o divertita
la voce del padrone:
Miserere nostri Domine…
Quando io fui mai? Quando mai sarò?
La quinta preghiera fu quella
rassegnata d’un allocco,
immoto su di un ramo spoglio
tenuto a scranno, ridotto a borbottar
fiabe e sentenze che lava via la pioggia
e il sole asciuga, e affida al tempo
il suo rimpianto:
Miserere nostri Domine…
Dove io sono? Dove sarei?
La sesta preghiera fu quella
velleitaria d’una perfida poiana,
ormai matura e stanca, ma ancora
repentina e letale nell’attacco
con prede piccole e di facile cimento,
ma rostro e piume fragili non reggono
al cacciatore che la stende al vento:
Miserere nostri Domine…
Finché io sono? Finché sarò?
La settima, ultima preghiera fu quella
tormentata d’un vecchio gallo,
che si credeva un’aquila e finì cappone,
ormai incapace di cantare,
ormai incapace di creare,
mentre attende il suo momento trema,
senza salvifici Musicanti di Brema:
Miserere nostri Domine…
Poiché io non sono, né mai lo fui…
BREVI MEMORIE D’UN VECCHIO LAIDO
Dopo il temporale
Non scrivo poesie,
solo brutti versi
cacofonici,
perché vivo
incapace di vivere,
amo incapace d’amare,
prendo e non do,
ad esclusivo mio uso e consumo,
e sono un bieco, stronzo
figlio di puttana…
Questo sole in fuga
fra nuvole nere
non m’appartiene…
Paenitentiam agite
Fra vizio e virtù
ho praticato il primo
predicato la seconda…
La raccomando a tutti,
per deturparla meglio
a tradimento…
Urla di guerra, rulli di tamburi
Lo sguardo era vitreo,
perso nel vuoto,
le labbra restavano
livide e tremule,
la bocca emanava un rantolo
lamentoso e fioco,
che disegnava in aria
una parola ripetuta
con maniaca ossessione:
“MUOIO!!!”
immerso nello strazio immondo
delle sue viscere sparse
fra sperma, urina e merda.
Fu finito a calci
d’anfibio sulla testa…
Inutile sprecare colpi
preziosi… Non per lui…
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